Testimonianze 16

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Alcune testimonianze che raccontano storie di uomini e di donne che hanno avuto il coraggio di affrontare le proprie paure e sconfiggere il disagio, la malattia, a volte la morte.
Brevi frammenti di storie di eroi di tutti i giorni che hanno accolto l'invito a fare della propria esperienza di vita, di dolore e del lavoro insieme, uno stimolo a non arrendersi mai e a cercare, volere sempre una soluzione. Un dono a chi legge, un esempio della meravigliosa sensibilità dell'animo umano.
A loro il mio ringraziamento personale per aver voluto condividere ciò che abbiamo vissuto insieme e che nel tempo ci unisce.

 

Le testimonianze sono firmate con l'iniziale del nome e gli anni al momento dell'invio del testo.

Indice - Testimonianze 16

  • Dalla paura di un ragazzo a uomo
  • L'ansia di essere amata
  • Psoriasi, un tormento incontenibile
  • Ansia e depressione, compagne di vita per 20 anni
  • Artrite reumatoide, dopo la sedia a rotelle tornare a camminare
  • Abbiamo attraversato il vuoto e visto l'arcobaleno
  • Da una dolorosa separazione al sorriso, alla felicità e alla gioia
  • Covid, dalla terapia intensiva alla rinascita

Dalla paura di un ragazzo a uomo

A volte mi sembra assurdo pensare che la nostra realtà nasce dall’oblio. Da quel lungo tepore che adesso non ricordiamo più. E quello che ci resta è un odore. Lungo la vita noi annusiamo, in cerca di quello stesso profumo, per provare a tornare da dove siamo venuti. Nel frattempo, la vita continua a farsi strada senza sapere cosa sia. Segue ciecamente qualcosa, un desiderio, un brivido, un’occasione. Un’amante, un sogno, una musica. Ciò che siamo lo dobbiamo a questo e capita che non ci sia bisogno di chiedersi un perché. La vita accade. E ciò che ci accade inevitabilmente ci definisce. Le due realtà si incontrano, e si scontrano. Ho conosciuto Walter a 20 anni. Circa due anni prima, una delusione sentimentale aveva preso il sopravvento nella mia vita di diciottenne, durante gli ultimi giorni di liceo. Era la fine di un’era e non riuscivo a credere che la conclusione di un tempo, quello dell’adolescenza, fatto di curiosità e di apertura al mondo, potesse avvenire in questo modo. Insapore, inodore, sembrava essere arrivata sul più bello e invece di farmi reagire e lanciarmi nel mondo mi aveva invece chiuso in un angolo, si era impadronita di me allo scocco dell’età adulta, e non riuscivo a liberarmene. Ero diventato arido e cinico, e forse un po’ per noia, un po’ per masochismo, un po' per innato amore per la fragilità delle cose, scelsi di romanticizzare questo sentimento, di cavalcarlo e di farne manifesto della mia rabbia. E questa dannazione, un sabato come tanti, mi colse tra capo e collo come un fulmine improvviso. Stavo fumando, quando per strada, improvvisamente, stramazzai al suolo. Mi tenevo a stento in piedi, ma tornai a casa. La sola idea di provare ad addormentarmi per cancellare e dimenticare cosa mi stava accadendo, mi gettò ancora di più nello sconforto. Di quella notte e delle settimane successive ho ricordi confusi. Ricordo che il giorno dopo cominciò quello che la mia paura aveva fatto diventare stato d’essere. Ero in una bolla. Mi sentivo lontano, da tutto e da tutti. Il mio corpo era diventato pesante. Passavano settimane e nascondendo il mio male cominciai a pensare di essere affetto da un qualcosa non ancora diagnosticato. Cercavo risposte, ma più cercavo e più peggioravo. Il mio corpo era relitto e teatro di patemi fisici, che sentivo reali. I miei occhi e le mie orecchie non cooperavano più, erano chiusi, come in un involucro, che nella mia disperazione impediva il ritorno a quello che io chiamavo la realtà di fuori. Sentivo le mie orecchie e vedevo i miei occhi. Ero totalmente dentro di me, da prigioniero. Non mi ascoltavo, mi assordavo. Andando un po' per esclusione, con l’aiuto di mia madre, cominciai a considerare la psicoterapia, ma dopo due esperienze infelici, tra qualche pillola di troppo e l’orribile sensazione di sentirmi condannato a stagnare per moltissimi anni in quello stato, in preda alla stasi, decisi di lasciare la mia città e il mio paese, da solo, provando a scappare da quella realtà. Ma ovunque andassi, portavo dentro di me quell’impalcatura, quello che la mia mente aveva creato e da cui io osservavo il mondo offuscato. Fu al mio ritorno in Italia che, grazie ad un parente, ebbi modo di incontrare Walter e di parlargli di cosa mi accadeva. Lui mi ascoltava, pacato e silenzioso. Mi metteva quasi disagio il trasporto e lo sgomento con cui, a confronto, raccontavo la mia piccola storia giovanile, le mie somatizzazioni, la mia paura. E fu così che quando finii le parole e le immagini lui, dopo aver osservato e studiato i miei tratti per un po', con la leggerezza e la serenità esemplare di un maestro di bottega, un giorno mi introdusse all’arte della prospettiva. Con molta semplicità, mi fece notare che guardare da più angolazioni, apprezzare l’effettiva profondità o superficialità di un giudizio, una situazione, una crisi, poteva essere l’opportunità per capire meglio se stessi e gli altri. Realizzai quindi, con un po' di stupore, che dal disagio forse qualcosa si era mosso, in maniera sicuramente sofferente e senza criterio, alla ricerca inconscia di una nuova condizione. Da lui ho imparato che se una stanza ha più pareti è perché possiamo andarci a sedere a tutti suoi lati e angoli e trovare lo scorcio che per noi ha più senso o che più ci piace. Da lui ho riappreso l’antica lezione di Platone sulla magia delle parole, che sono i nostri semi. Uno degli effetti più sorprendenti dei nostri incontri fu visibile dopo poco tempo, grazie al lavoro fatto con l’ipnosi. Mi ero già liberato dalla maggior parte delle tensioni fisiche che avevo accumulato negli anni e grazie a ciò riuscivo gradualmente a riprendere in mano la mia sensibilità e le mie giornate. Mi riaffacciavo rilassato all’abisso interiore e ci vedevo finalmente un fiume in cui potevo nuotare senza paura e lasciarmi trasportare. L’acqua mi trascinava con dolcezza e nella quiete della notte ricominciavo a sognare, ricominciavo ad emozionarmi per la bellezza di un corpo, di una melodia, di un’immagine. Sentivo finalmente sulla mia pelle i raggi caldi di una giornata fresca e soleggiata. La fame che mi prendeva era finalmente una gioia per la mia pancia. Dopo circa sei mesi, Walter mi aveva restituito la chiave. E questa chiave io ora ce l’avevo per come avevo affrontato il presente, non per come avevo analizzato e giudicato il passato, in cerca di cause e colpevoli. Anche perché prima di allora, io cercavo una verità assoluta. Dicevo di essermi ammalato per colpa degli altri, per mano di una donna, dei miei compagni di scuola annoiati, di una città cattiva, di mio padre e mia madre. Ora mi conoscevo un po' meglio, abbastanza da potermi accettare un po' di più e capire che la verità è che a questo mondo forse abbiamo tutti ragione. La soddisfazione di imparare ad ascoltarmi, di percepire con il corpo e la mente in un tutt’uno cosa sono, cosa voglio, cosa mi fa bene, il saper e poter scegliere è lo strumento che da lì in poi ho approntato e provato a tenere sempre con me, ricalibrandolo, testandolo in vari scenari della mia esistenza, con diverso successo, ma sempre con autocoscienza. Questo è il regalo più grande che Walter potesse farmi. E per questo gli sarò grato per tutta la vita.

                           P. 28

L'ansia di essere amata

Sono andata dal Dottor Comello perché assillata da emozioni che percepivo come troppo forti, scatti di rabbia e ansia così forti da provocarmi un’ulcera, grande vuoto e tristezza. All’inizio del nostro percorso ci siamo concentrati sulla possibile origine del mio problema per poi analizzare tutte le problematiche connesse, scrivendole su delle nuvolette. Il nostro “viaggio”, nel quale ho sperimentato anche l’ipnosi, è durato da novembre a giugno e mi ha aiutata a comprendere meglio me stessa e gestire le emozioni “travolgenti” che mi caratterizzano. Da un lato le odiavo e cercavo aiuto, ma dall’altro ne avevo bisogno e mi ci aggrappavo. L’ansia che mi aveva distrutto lo stomaco, infatti, era anche la responsabile della mia buona resa scolastica perché senza di lei non riuscivo a dare il meglio e ad essere impeccabile. La mia grande tristezza era da un lato devastante, ma dall’altro mi dava la spinta per non mollare perché facendomi toccare il fondo mi spingeva a salire in cima provando una grande gratificazione. Una volta presa coscienza di questo lato “particolare” del mio carattere, ho deciso di cercare una soluzione nella consapevolezza che non avrei potuto superare un problema che non volevo abbandonare.  Grazie al Dottor Comello ho potuto conoscermi meglio e imparare a comprendere e a gestire meglio le mie emozioni. Oltre ad avermi aiutata a raggiungere le mie nuove consapevolezze, ha sempre creduto in me e mi ha spronata ad avere più fiducia nelle mie potenzialità. Ora sto vivendo una nuova fase della mia vita ...il viaggio continua.

                             M. 19

Psoriasi, un tormento incontenibile

Non ricordo come né quando, ma so di preciso che tutto è partito dalla mia caviglia destra. Lì la mia pelle ha iniziato ad alterarsi, ad arrossarsi, ad inspessirsi e a prudere. Quando anche il cuoio capelluto ha cominciato a sfaldarsi ho contattato il dermatologo che sulla prescrizione ha scritto: “Psoriasi” e mi ha consigliato qualche pomata al cortisone. Poi è stata la volta delle palpebre, ma per il dermatologo la cura era sempre la stessa. Qualcosa dentro di me aveva iniziato a guastarsi generandomi un senso di inadeguatezza molto profondo. Non avevo il mio spazio, non lo trovavo né riuscivo a crearmelo. Il mio malessere era generalizzato e non avevo pace. Il mio tormento interiore era diventato così forte da essere incontenibile e sulla pelle aveva trovato il suo sfogo. Anche il piede sinistro, improvvisamente, presentava un punto di irritazione. In quel momento mi sono sentita sopraffatta, esasperata. L'ultimo dermatologo che avevo contattato mi consigliava delle iniezioni di cortisone e lampade curative periodiche presso il nosocomio locale, tutti consigli che non ho mai seguito. Dal Dr. Comello arrivo quando il mio sguardo è velato ed il mio sorriso spento, consapevole che in gioco ci sono gli anni a venire, la mia realizzazione, la mia vita. Non ho strumenti e con il Dottore seduta dopo seduta inizio a forgiare la chiave che, con il tempo, aprirà le porte giuste. Non è stato semplice, ma non sono mai stata sola e ho affrontato ogni difficoltà, mi rendo conto ora, acquisendo ogni volta un nuovo grado di consapevolezza. La psoriasi mi ha dilaniata, per mesi anche le ascelle e le parti intime sono state campo di battaglia. Avevo male alla pelle, come se ci fossero aculei a forarmi l'epidermide, l'organo più esteso del nostro corpo. Il mattino era un calvario, la scelta dei vestiti era condizionata dal mio prurito, qualsiasi tessuto lo acuiva. Ma è da tutto questo dolore che ha avuto origine la mia rinascita, la mia rivincita. Avere la psoriasi è un po' come morire, raccontavo, ma non averla avuta sarebbe stata una disfatta certa. Nei mesi di terapia con il Dr. Comello ho fatto pace con me stessa, con la mia famiglia e soprattutto con la mia pelle. Ho preso contatto con la mia essenza e ho incanalato le mie energie affinché diventassero costruttive e ho avuto finalmente il coraggio di definirmi come non avevo mai fatto prima. Grazie a questo percorso ora posso affermare di vivere a pieno ogni giorno, di farlo consciamente, con determinazione e di aver dato forma al mio talento. Ora quando guardo la pelle rimarginata sulla mia caviglia destra, sorrido compiaciuta perché è una cicatrice che racconta la mia guarigione, non il mio dramma.

                       G. 39

Ansia e depressione, compagne di vita per 20 anni

Raccontare “nero su bianco” la mia storia è per me un’impresa difficile da affrontare, perché è estremamente doloroso ripercorrere la mia malattia e i fatti significativi che la contraddistinguono. Ma mi trovo a vivere una situazione di estrema gratitudine nei confronti del Dottor Comello che non posso esimermi dal raccontarvi. Sono al secondo anno di università, sessione invernale, leggermente indietro con un paio di esami, ma nulla di insolito. La mia vita è, come si suol dire, felice: vivo con i miei genitori e mia sorella minore in un paese della provincia, economicamente non ci sono particolari difficoltà, ho una relazione con un ragazzo che di fatto è “il primo amore”, gioco come titolare 4 volte a settimana nella squadra di pallavolo, studio all’università con buoni voti, senza omettere che esteticamente sono una bella ragazza, solare con la battuta sempre pronta. Ecco appunto tutto inizia da qui. La prima crisi arriva nell’inverno dei miei vent’anni. Premetto, in casa mia non si è mai parlato di ANSIA, ATTACCHI DI PANICO, DEPRESSIONE, non perché siano argomenti tabù, ma perché non sapevamo nemmeno esistessero. Mi sveglio una mattina con la tachicardia, il tremore a braccia e gambe, un nodo alla gola che mi impedisce di respirare, un macigno sullo stomaco, e la cosa peggiore, la testa che continua a creare pensieri negativi su pensieri negativi. Saprò poi che si chiamano evitamenti. Pensiamo sia una cosa passeggera, ma più passano i giorni e più la situazione diventa allarmante. Dopo 4 mesi sono il vago ricordo di me. Non faccio più sport, non studio più, non esco più, dormo poche ore a notte, ho perso diversi chili, piango tantissimo e il mio ragazzo mi lascia: sono completamente inutile. La depressione ha preso il posto dell’ansia. La mia mente è affollata di pensieri autodistruttivi, qualsiasi cosa è immensamente inaffrontabile: lavarsi, vestirsi… Avete presente il film “La storia Infinita”? Il NULLA che avanza…ebbene io ne ero immersa. A fatica, parlo con una prima psicologa, prendo i primi anti-depressivi e verso maggio riprendo a vivere. I successivi vent’anni della mia vita sono contraddistinti dalle montagne russe, da un lato arrivo ad ottenere traguardi sia personali che lavorativi importanti (la laurea, il matrimonio con il mio attuale marito, l’affermazione professionale, due bimbi meravigliosi) dall’altro lato ciclicamente arrivano le crisi, puntuali come le tasse. Ad ogni cambiamento, ad ogni sfida eccola lì in punta di piedi arriva l’ANSIA, che esplode nelle mie giornate, annientandomi e lasciandomi a pezzi a terra, con la DEPRESSIONE, che mia accompagna ogni istante della mia giornata. Ho avuto in 20 anni 6 crisi, non descrivo volutamente dettagli dolorosissimi, sono vissuti che non AUGURO AL MIO PEGGIOR NEMICO. Nel 2017 mi trasferisco a Milano con la famiglia per esigenze lavorative di mio marito. Anche il mio lavoro è oggetto di trasferimento e inizia la nostra vita a Milano, con tantissime difficoltà legate soprattutto alla mancanza di aiuti familiari. Arriviamo al 2020, l’anno della pandemia! Ne subisco tutti gli effetti più devastanti, essendo un soggetto molto sensibile; a novembre chiamo il Dottor Comello. Lo chiamo su indicazione di una mia amica, tramite semplice passaparola. Mi dico: questa è l'ultima possibilità che dò a uno psicoterapeuta: o va questa volta o mi prendo le medicine a vita! Aumentandone le dosi ad ogni crisi. Con il Dottor Comello abbiamo fatto un percorso mirato a risolvere dalla radice il mio problema. Per il primo periodo abbiamo attuato un approccio psicoterapeutico alla mia problematica: analizzando le angosce, i sintomi e gli stati d'animo che la circoscrivevano. Senza MAI analizzare il passato, ma solo il presente e l'aspettativa del futuro. Secondo il Dottore ciò che è stato è andato, si lavora sull'oggi per stare bene ora e nel futuro. Questa visione applicata alla terapia a me ha sempre esaltato! Ero spossata ogni volta, ripercorrere tutta la mia vita con l'ennesimo psicoterapeuta. In tale fase si sono adottate tecniche molto pratiche per superare i miei problemi e per scoprire in me valori MAI percepiti: autostima, amore per me stessa, consapevolezza di quanto valgo, potenzialità di poter essere ciò che desidero e che mi appassiona. La seconda fase della terapia, tramite la tecnica dell’ipnosi, ha strutturato nel mio essere, la "teoria" fino a quel momento capita e assimilata. Ma non ancora strutturalmente parte della mia persona, del mio essere, della mia anima. La potenza dell’ipnosi è immane, il Dottore è un professionista di competenza assoluta. Non mi sono mai sentita una paziente, ma la paziente. Al centro del percorso c'era il mio benessere non solo per me stessa, ma anche per il Dottore. In questo momento sto contando su di me e ho smesso da circa una anno le medicine. Ci sono momenti in cui mi sento particolarmente stanca e stressata, soprattutto lavorativamente parlando, e l'ansia la sento, mi vede, mi punta, si avvicina, mi raggiunge... ma poi vi è la svolta. È il lavoro fatto con la psicoterapia e l'ipnosi che mi crea come una soglia oltre cui l'ansia non fa breccia. È come se avessi strutturato un substrato oltre cui non si può ledere la mia salute mentale. Tale lavoro, nei precedenti 20 anni veniva fatto dai medicinali, a volte ne dovevo aumentare le dosi per attivare la soglia anti ansia-depressione. Ora tale limite di salvezza è strutturato in me. Concludo questo racconto confermando che una volta mi connotavo come una ansiosa depressa, oggi ho un nome, un cognome e la mia salute mentale su cui contare.

                            G. 43

Artrite reumatoide, dopo la sedia a rotelle tornare a camminare

Sono una paziente del Dottor Comello, ma non sono qui per parlarvi del mio percorso terapeutico bensì di quello della mia mamma. Circa un anno e mezzo fa, come un fulmine a ciel sereno, un male del quale io non sapevo praticamente nulla si è insinuato nella nostra famiglia riducendo, nell’arco di pochissimi giorni, mia mamma che all’epoca non aveva neppure 64 anni a una condizione di grave disabilità. Una persona che aveva una vita lavorativa, che era assolutamente autonoma e indipendente, nell’arco di poco più di due settimane si è ritrovata ad essere praticamente immobile. L’esordio della malattia si è presentato con una frattura spontanea al polso destro, con dei dolori fortissimi che dopo pochi giorni si sono trasferiti alla caviglia sinistra e dopo una settimana alla caviglia destra, costringendola alla sedia a rotelle. Ci sono volute settimane di visite, di esami clinici, di terapie farmacologiche, un lunghissimo ricovero e un’intera estate sulla sedia a rotelle per arrivare ad una diagnosi. Non sto a descrivervi cosa ciò significhi in termini di limitazioni funzionali nella vita pratica e di sofferenza fisica e psicologica perché è qualcosa che forse nemmeno io, che le sono stata così vicino, posso capire; lo capisce solo chi lo vive in prima persona. Quello che posso dirvi è che la sofferenza fisica di mia mamma è stata immensa, l’ho vista piangere tantissime volte per il dolore nonostante gli antidolorifici, nonostante le terapie cortisoniche e quant’altro. A tutto questo poi si è affiancato un serio stato di prostrazione perché questo cambiamento nella sua vita è stato così rapido e così radicale da lasciare spazio soltanto alla paura che da lì in avanti la sedia a rotelle sarebbe stata per lei una condizione imprescindibile. Io per prima sono stata incapace di rassegnarmi a questa condizione e così alla terapia farmacologia prescritta dal reumatologo, che è un medico che stimo moltissimo, abbiamo deciso di affiancare un percorso terapeutico con il Dottor Comello. Ricordo bene che alla prima seduta si è reso necessario parcheggiare l’auto praticamente “davanti alla sua scrivania” perché mia mamma non era in condizione di camminare, di fare le scale, di affrontare nessun tipo di ostacolo. Ma ricordo anche che questa condizione è mutata rapidamente dopo pochissime sedute. Partivamo da Biella con larghissimo anticipo rispetto all’ora della seduta perché ogni settimana io cercavo di parcheggiare l’auto sempre un po’ più lontano e quel brevissimo tratto di strada, perché poi si trattava di un centinaio di metri anche se per lei erano una mezza maratona, diventava settimana dopo settimana una sfida, un modo per misurare i suoi progressi e anche un lento avvicinarsi a un traguardo molto speciale. Non entro nel merito della terapia perché io ho tentato tante volte di farmi spiegare da mia mamma esattamente in che cosa consistesse, di estorcerle la parola chiave che lei non direbbe nemmeno sotto tortura perché “è mia e non la dico a nessuno”. Però quello che posso dirvi è che, nonostante la battaglia di mia mamma non sia finita, oggi lei cammina, sale e scende le scale, riesce a svolgere quasi tutte le funzioni della quotidianità. E’ in grado di rimanere in casa da sola, cosa che fino a qualche mese fa era impensabile e soprattutto, la cosa fondamentale, che per lei la sedia a rotelle è un ricordo lontano e superato. Io non so se qualcuno di voi diventerà prossimamente un futuro paziente del Dottor Comello e deciderà di intraprendere questa terapia, ma quello che mi sento di dirvi è che se lo farà, l’appuntamento periodico nel suo studio, sorprendentemente sarà qualcosa di molto piacevole, di atteso, di gratificante e credo che in qualche modo questo percorso terapeutico cambi ognuno di noi, cambi il modo di vedere la vita, di affrontare le difficoltà e le trasformazioni che si presentano. Quindi l’augurio che faccio ai prossimi pazienti del Dottor Comello è che la terapia possa portare a loro anche solo la metà della felicità che ha dato a me.

                      La figlia di A. 66

Abbiamo attraversato il vuoto e visto l'arcobaleno

DAL SENSO DI IMPOTENZA ALLA GIOIA DI UNA MAMMA

A gennaio A. ha intrapreso il percorso presso lo studio del Dottor Comello. E’ arrivata con un profondo stato di malessere, iniziato circa tre anni fa, che con il tempo è andato peggiorando fino ad arrivare nel mese di dicembre 2021 ad uno stato di forte apatia, insofferenza verso la vita, disturbo del sonno, inappetenza, perdita di peso, sensazione di vuoto e dichiarata mancanza di voglia di continuare a vivere. Questa situazione è andata peggiorando nel tempo a seguito anche di continui approcci e richieste di attenzioni e conferme verso persone che poco l'hanno considerata o addirittura l'hanno maltrattata, ferendola nel suo già delicato equilibrio. Io ho sempre cercato il dialogo e la vicinanza, ma mi sono sentita veramente impotente di fronte al suo dolore e "vuoto". Le ho proposto di iniziare un percorso con il Dottor Comello, avendone già sentito parlare e conoscendo pazienti che ne hanno tratto beneficio e A. ha accolto con fiducia la proposta. Inizialmente ha parlato molto, poi ha iniziato le sedute di ipnosi, quasi ogni volta ne è uscita molto più rilassata. Piano piano ha iniziato a vedere le cose diversamente, ha iniziato sentirsi più forte e in grado di agire, padrona di se stessa. L'autostima si sta affermando, finalmente riesce ad affrontare le verifiche orali a scuola senza andare nel panico, migliorando ancora le sue già buone valutazioni. Ha capito che non si può piacere a tutti e non tutti ci devono piacere, sta scegliendo di stare con le persone che la fanno stare bene e finalmente ha trovato un fidanzatino molto simile a lei. Ha capito che i fantasmi nascono dalle sue paure e parlare risolve la gran parte dei problemi, ha nuovi amici e sta uscendo frequentemente ritornando col sorriso e soddisfatta del tempo trascorso con loro. Riesce, oltre che a studiare con profitto, ad organizzarsi sia nella programmazione dello studio che dei suoi numerosi impegni. A volte piange, ma esprime così le sue emozioni, positive o negative, ma non ho più visto nei suoi occhi la disperazione. L'ansia è quasi sparita e comunque riesce ad affrontarla e a superarla. Sono felice che sia riuscita ad attuare questi grandi cambiamenti in pochi mesi, spero che queste siano le basi per continuare a lavorare su se stessa con la determinazione che ha avuto fino ad ora. Non mi dilungo a portare esempi di situazioni che sono diventate un successo, dico solo che sono molto contenta ed orgogliosa, ringrazio il Dottore e il suo studio per la disponibilità e la professionalità.

                        La mamma di A. 17

 

UNA RAGAZZA IN DIFFICOLTA’ E POI LA VITA

Sono arrivata a gennaio nello studio del Dott. Comello che avevo attacchi di ansia, distrazioni continue con scarsa concentrazione e di conseguenza ero disorganizzata per i miei impegni. A maggio sono riuscita a vedere i miei progressi, ora sono organizzata, sicura di me stessa in tutto quello che faccio; sono riuscita ad aprimi con molte persone facendo amicizia, sono organizzata e riesco a concentrarmi. Inoltre riesco a tenere fuori dalla mia testa i pensieri negativi, ragionando con più punti di vista, arrivando ad un conclusione e a non pensarci più.  Sono veramente contenta e serena. 

                         A. 17

Da una dolorosa separazione al sorriso, alla felicità e alla gioia

A seguito di una dolorosa separazione e di un malessere profondo che mi accompagnava da diversi anni ho deciso di iniziare un percorso con il Dott. Comello. Sono venuta a conoscenza del suo lavoro tramite un “passaparola” e sono rimasta subito affascinata dal fatto che utilizzasse l'ipnosi nella sua terapia pensando che, forse, questo strumento così profondo da raggiungere il mio inconscio avrebbe potuto aiutarmi. Dopo quattro anni dal mio divorzio non riuscivo ancora a riprendermi, ero triste, mi tormentavo per alcune mie scelte di vita e per tutte le conseguenze che ne erano derivate. Mi sentivo in colpa nei confronti di me stessa per non essermi amata abbastanza e nei confronti dei miei figli per non avergli potuto dare la famiglia che avrei desiderato. Avrei voluto iniziare subito con l'ipnosi, ma il Dottore durante il nostro primo incontro non me ne ha parlato. Alla fine, dopo avergli esposto i motivi per i quali mi ero rivolta a lui, gli ho domandato: “la facciamo vero l'ipnosi?” e lui mi ha risposto: “se sarà necessaria”.  Allora ho pensato “dovrò raccontargli tutta la mia vita... da dove comincio?” Ma non è stato così. Il Dottor Comello ha la capacità di trovare al volo la chiave della storia e del dolore ed ha la soluzione. E’ sicuro del risultato risolutivo che sarà raggiunto e questo suo convincimento infonde coraggio e forza d’animo. Le sue parole sono chiare, forti, potenti e arrivano diritte alla mente e al cuore. Ad un certo momento ho avuto un'altra domanda: “ho capito l’essenza, i concetti, ma ora come possono diventare parte di me?” E' difficile da spiegare con le parole, lo sono diventati molto naturalmente. “Le parole sono seme e la mente è terra in modo invisibile e silenzioso fa germogliare una nuova condizione.” Ho imparato, così, a guardare le cose con occhi nuovi e a non riconoscermi più nella persona che ero alcuni mesi fa. Ho ritrovato il sorriso, la serenità e la gioia nella mia vita. Ho chiuso a chiave la porta del mio passato e non sento più il senso di colpa. Dopo circa due mesi di terapia abbiamo iniziato l'ipnosi che tanto desideravo. Vorrei, però, evidenziare che il grande cambiamento nella mia mente c'è stato prima di essa ed è merito del Dottor Comello al quale va la mia stima e la mia riconoscenza. L'ipnosi è un’esperienza molto intensa che porta una sensazione di grande benessere e di calma interiore. Il Dottore mi accompagna con la sua voce, con le parole che sono giuste per me, in un viaggio dove prima ci si rilassa con la respirazione e poi si prosegue con l'immaginazione, provando delle emozioni, tutte positive, che non si possono descrivere, bisogna solo viverle. Il tutto conservando uno stato di coscienza. Ci si sente tranquilli e protetti con la guida del Dottore. Grazie Dottor Comello!

               D. 53

Covid, dalla terapia intensiva alla rinascita

CE L'HO FATTA!

Riavvolgo il rullino e torno indietro di un anno. Salto la fase acuta della malattia, il ricovero, la fame d’aria, la terapia intensiva e tutti i brutti ricordi di quei giorni ... di quei mesi ... per partire dal giorno in cui mi hanno mandata a casa, a loro dire, guarita. Ma le ferite erano ancora fresche e te ne rendi conto quando hai bisogno di ossigeno per poterti lavare al mattino, per arrivare dalla stanza alla cucina o per spiegare qualcosa e dopo qualche parola doverti sedere perché non hai più fiato. Tutte cose che fino a ieri, prima del Covid, facevi meccanicamente e che di colpo ti sembrano enormi montagne da dover scalare. Ora sei a casa tua, tra i tuoi affetti e i tuoi odori conosciuti e devi iniziare a fare i conti con una NUOVA VITA, perché è un po’ questa la realtà. Mi è stata data una seconda chance, quando tutto sembrava andare per il verso peggiore; di colpo i miei polmoni hanno iniziato a funzionare di nuovo, senza l’aiuto delle macchine. Tutto ciò ha come conseguenza un grande impatto sia fisico che psicologico perché ora la testa deve elaborare quanto è successo e non è così semplice come può sembrare. Oggi, dopo un anno, posso dire di avercela fatta e di sentirmi serena. Ho avuto bisogno di aiuto perché non ce la possiamo fare da soli, dobbiamo farci aiutare e lasciar dire a persone qualificate quando è arrivato il momento di poterne fare a meno, perché purtroppo non siamo obiettivi nel riconoscere questo momento. Sono stati mesi impegnativi, ma ogni obiettivo raggiunto è stato per me una grande vittoria. Ho dovuto reimparare a camminare, a sollevare oggetti, a lavarmi da sola, a piegarmi senza cadere all’indietro e tanto altro ancora. Come mi ha scritto mio figlio in una lettera: “ho visto MIA MAMMA NASCERE”. Poi ho iniziato un percorso parallelo per comprendere il significato di quegli incubi che mi porto dentro dal momento che sono stata portata in reparto dalla terapia intensiva; quello è stato un punto fondamentale in questa svolta. Grazie all’aiuto del Dottor Comello sono riuscita a collocare ogni pedina al suo posto e a comprendere il vero significato di quella realtà alterata di cui portavo il ricordo. Appena arrivata a casa ero carichissima, con tanta voglia di riprendere in mano la mia vita; mi allenavo tutti i giorni con in sottofondo la musica del film di Rocky ... i miei figli sorridevano mentre mi spiavano. Non vedevo l’ora di tornare al lavoro perché significava tornare alla normalità. Poi, quando meno me lo sarei aspettata, davanti alla prima difficoltà fisica dovuta alla comparsa di tosse, sono andata in panico come non avrei potuto immaginare. La paura e il terrore della malattia si sono fatti strada nella mia testa facendomi crollare e qui mi sono resa conto che l’aiuto psicologico di cui parlavo prima era per me ancora necessario ... ora più di prima.  Grazie anche all’ipnosi sono riuscita a raggiungere uno stato di benessere, serenità e consapevolezza. Dietro consiglio del Dottor Comello ho festeggiato il 6 novembre, il giorno del ricovero un anno dopo. Io non l’avrei mai fatto perché quella data rappresentava per me un brutto ricordo, invece è stato un modo per esorcizzarla e far sì che diventasse per me l’anniversario dell’inizio di una tragica esperienza dalla quale sono RINATA e grazie alla quale ora posso dire: CE L’HO FATTA. Grazie a tutte le persone che mi sono state vicine, con il pensiero e le preghiere. Un GRAZIE particolare ai miei figli, a mia mamma e mio papà, che sono convinta che da lassù abbia fatto la sua parte per farmi rimanere qui. Grazie alle mie amiche, sorelle di vita, vicini di casa, parenti, colleghi e conoscenti che hanno pregato per me e naturalmente un grazie particolare al Dottor Comello. Come dice mia mamma: “mi sei rinata un’altra volta”. E’ vero questa per me è una RINASCITA e mi considero fortunata di aver ricevuto questa grazia.

                 R. 56

 

HO VISTO NASCERE MIA MAMMA

Se un anno fa mi avessero chiesto di scrivere una lettera dei regali che volevo ricevere, probabilmente ne avrei scritto soltanto uno e se adesso stai leggendo queste parole vuol dire che sono stato accontentato, vuol dire che qualcosa o qualcuno voleva che passassimo ancora almeno un Natale insieme. Ho sentito tante volte dire che uno dei momenti più belli della vita è quando si vede nascere il proprio figlio, posso crederci, ma io sono stato più fortunato. Io ho visto nascere mia mamma. Ti ho vista “appena nata”, anche se tu non lo ricordi, ti ho vista dire le tue prime parole e fare i tuoi primi passi, tra una nausea e una chiamata in cui mi dicevi che non ce l’avresti potuta fare, che tu non eri come le tue compagne di stanza. Dicono che i dolori di una gravidanza siano indescrivibili, che solo chi li ha provati può capire, che a volte tolgano il respiro. Beh posso dire di sapere cosa significa, posso dire di aver provato cosa voglia dire non respirare per alcuni secondi, a volte minuti, restare immobili, inermi, con i nervi lungo il collo e la mandibola che si tirano, i muscoli che si contraggono e in mezzo al petto pare di avere un coltello infilato. L’ho provato tante volte e lo provavo ogni pomeriggio quando l’unica cosa che potevo fare era contare i secondi, i minuti e attendere che un dottore, uno qualsiasi, mi telefonasse per darmi tue notizie. Poi il telefono suonava ad un orario diverso e io mi pietrificavo, a volte non avevo nemmeno il coraggio di rispondere, alzavo la cornetta, digrignavo i denti, accennavo un “pronto” mentre il dottore di turno, che ormai riconoscevo, si presentava e smettevo di respirare sperando solo di non sentire un “mi dispiace”, un “purtroppo” o una qualsiasi parola simile che lasciasse intuire quello che tutti non volevamo sentire. Poi mi parlava, provava a spiegarmi la situazione e come stesse peggiorando e io con la freddezza e la professionalità che mi contraddistinguono facevo domande, quasi scusandomi per il disturbo, perché volevo capire, volevo quantomeno provare a farmi un’idea di quante chances ci fossero, ma loro erano impassibili, qualcuno un po’ più gentile. Poi un giorno uno mi ha risposto “se non ci fosse il ventilatore sua mamma sarebbe già morta”, me lo ricordo ero in piedi, non so come, accanto alla finestra della tua stanza. In quel momento l’unico ad esser morto ero io. Poi iniziava la solita routine. Scrivevo quello che mi avevano appena detto e lo inviavo a 5, 10, 15, 20, 25 persone ogni giorno, modificando anche un po’ il messaggio. Poi, uno alla volta, un giorno alcuni e il giorno dopo altri, mi chiamavano per sentirmi ripetere quello che avevo già scritto e io morivo per la seconda volta, ma non lo davo a vedere o sentire, come sempre, ma stavo male e mi trovavo a dover spiegare senza troppi tecnicismi la situazione. Mi trovavo a giustificare l’operato dei dottori da chi li criticava, a spiegare come funziona il corpo umano e quali erano gli scenari possibili. Dopo di che restavo lì nella tua stanza, un po’ giocavo, un po’ provavo a lavorare, ma per me la giornata era già finita; a volte restavo sdraiato a fissare il soffitto e pensare “io non proverò mai la gravidanza, ma posso dire che un mese così vale molto più di quei nove mesi”. Andavo a dormire e prima di addormentarmi pregavo, sempre, quando magari mi addormentavo senza averlo fatto mi svegliavo in piena notte e lo facevo, non ho mai saltato un giorno, sempre le stesse preghiere nello stesso preciso ordine. Ave Maria, Padre Nostro, Angelo di Dio e Gloria, poi due preghiere libere, sempre con la faccia rivolta verso il bagnetto. La prima a Gesù, la seconda ... a volte lo guardavo, lo supplicavo perché sapevo che era lì al tuo fianco, sapevo che non ti avrebbe mai lasciata sola, gli dicevo “nonno lo sai che qui c’è bisogno di lei ancora”, poi piangevo, piangevo dentro, per non farlo vedere. I giorni passavano, ma la situazione non cambiava, quando i polmoni sembravano fare un passo avanti subentrava un’infezione, poi un’altra ancora, per gli esami serviva sempre qualche giorno e nel mentre non potevano fare altro che somministrarti antibiotici generici, sperando che facessero effetto, prima di avere i risultati e scegliere la cura più adeguata. Poi arrivavano i weekend, me ne accorgevo solo perché i dottori che mi chiamavano sembravano saperne meno di me e poi perché non mi chiamavano mai prima delle cinque. Nel weekend facevano il cambio di personale e io dentro di me speravo che anche tu riposassi in quei giorni per ricominciare a lottare il lunedì. Poi qualcosa è cambiato, non riesco a descrivere quel momento perché è come se tutto fosse accaduto troppo in fretta, all’improvviso mi dissero che ti avevano diminuito l’anestetizzazione muscolare per tornare a far muovere il diaframma, il giorno dopo che stavano provando a ridurre il lavoro della macchina, quello dopo ancora che il fisioterapista veniva in stanza a muoverti le gambe. Lo giuro non ricordo, è successo veramente tutto troppo in fretta, ad un certo punto mi è sembrato come se fino al giorno prima mi stessero parlando di un altro paziente. Era la settimana del compleanno di M., boh chi lo sa? è come se a modo tuo volessi essere presente in qualche modo. Lo stesso giorno, o forse quello prima, anche tua cugina L., una che ormai ha ben poco di a posto, in una delle sue interminabili chiamate in cui continuava a ripetermi che ce l’avresti fatta “perché la R. è forte”, mi disse che in cortile avevano trovato un fiore di un colore diverso, forse una rosa se non ricordo male, una sola di un colore diverso da tutte le altre. “E’ un segno del destino” mi disse e io, che faccio attenzione a tutte le piccole cose, un po’ ci credevo o forse volevo crederci. Di lì a poco hai iniziato a fare progressi, io non smettevo di riportare a tutti quello che i dottori dicevano e tutti erano felici e ottimisti, io no, non ci potevo credere, non ci volevo ancora credere e non riuscivo nemmeno a gioire. I dottori mi avevano pure informato delle possibili complicazioni a livello neurologico e motorio, mi avevano detto che avresti potuto aver bisogno di assistenza costante nei casi più gravi. Non importava, tutto andava bene pur di rivederti. Era il 10 dicembre, al telefono i dottori mi avevano detto che eri riuscita a respirare quasi autonomamente per diverse ore e che se i progressi fossero continuati avrebbero provato a portarti fuori dalla Terapia Intensiva. Poi all’improvviso, erano le 19.06 del 10 dicembre, ho ricevuto un messaggio su Whatsapp da un numero sconosciuto, diceva “Ciao, siamo del Reparto di Pneumologia dov’è ricoverata tua madre, se vuoi facciamo una videochiamata”. Ero in sala, pensavo fosse uno scherzo, poi ho chiamato M. e ci siamo messi davanti al telefono. Neanche mezzo squillo e tu eri lì ... eri lì, sporca, trasandata, distrutta, magra, ma eri lì, lo sguardo un po’ perso nel vuoto, ma eri lì che provavi a fare qualche verso e accennavi un ciao con la mano, quello è stato il momento più bello della mia vita, io ho visto nascere mia mamma. Qualche giorno dopo, il 15 dicembre, mi hai anche chiamato, facevi fatica a parlare, tanta fatica, emettevi suoni che io provavo a comprendere e tu mi rispondevi sì o no, poi ti hanno tolto il tubo e da quel momento non hai più smesso di parlare, se ne saranno accorti anche in reparto, mi chiamavi 4-5 volte al giorno come minimo, mi raccontavi della fisioterapia, della saturazione, mi dicevi di cosa avevi voglia e io correvo a destra e a sinistra a prendere tutto, ma ero felice, ancora non ero sicuro, ero titubante, ma volevo crederci. Venivo la sera tardi, litigavo con le guardie e poi in un modo o nell’altro entravo sempre in macchina, salivo al primo piano e aspettavo dietro alle porte scorrevoli che qualcuno apparisse, poi un giorno le porte si sono aperte e c’eri tu, lì in piedi, che passeggiavi e volteggiavi come se nulla fosse successo. Sono rimasto senza parole, credo proprio di non aver detto nulla, sono tornato a casa piangendo dalla gioia ... non volevo crederci. Poi finalmente è arrivato l’11 gennaio, sono corso a prendere la sedia a rotelle, sono venuto a prenderti e siamo scappati via, dritti a casa. Appena arrivata in camera ci hai guardati, ti sei messa a piangere e ci ha stretti come forse hai fatto la prima volta che ci hai avuti tra le braccia. Io non so se mai riuscirò a superare quello che è successo, io non so se mai smetterò di stare male ripensandoci, se mai quel coltello smetterà di girare nel petto. Non so quanti anni della mia vita ho buttato via in un solo mese, ma ne è valsa la pena, sono riuscito a vedere nascere mia mamma e questo, non lo dimenticherò mai.

               Il figlio di R.